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Scrivere in un blog personale: riflessioni di una copy romantica

Ricordo ancora i tempi di Splinder, quando scrivere in un blog personale era scrivere pulito. C’era timidezza, si utilizzavano i nickname per sentirsi in un mondo nuovo.

Io avevo tre blog, ma quello principale era vedovascalza, un nick preso in prestito da uno dei miei libri preferiti di Salvatore Niffoi. Aveva una schermata nera (si, me ne vergogno) e l’headline del blog era “Spiritually”, come una canzone che amavo.

Avevo unito dentro il mio blog personale due grandi passioni, la letteratura e la musica, e lo avevo reso la mia casa.

Scrivevo senza filtri, senza vergognarmi delle emozioni. Avevo scelto un tone of voice frizzante, un po’ provocatorio e mi piaceva. Il blog mi rappresentava al 100%, anche se spesso non avevo coraggio di condividere quelle emozioni troppo forti, perché i lettori avevano imparato a sapere tanto di me. Per questo avevo creato un altro nick e avevo deciso di scrivere in un blog personale più intimo, in forma anonima. Si chiamava mezzeverità, dal titolo di un’altra canzone del periodo. Era un blog senza veli perché raccontava la me più fragile, quella che si consolava solo con le parole e la scrittura.

Gli anni di blogging su Splinder sono stati una grande palestra di parole. Sapevo già che cosa volevo fare nella vita, ma quando nel 2007 avevo aperto il blog, non volevo guadagnare né diventare una blogger di successo. Volevo solo scrivere.
Raccontare.
Conoscere.
Ricordare a me stessa quanto il potere della scrittura possa salvarti. Sempre.

Ricevevo molte critiche da chi non sapeva nulla del mondo online e in tanti pensavano che fossi pazza a raccontare parti delle mie emozioni in un diario virtuale alle mercé di tutti.
Studiavo i blog all’università e imparavo ad amarli giorno dopo giorno. Il resto non importava.

Caro Blogging come cresci in fretta …

Affiorano i ricordi dopo aver letto un post su La Stanza di Marlene. In un lunedì in cui tutti hanno fatto il ponte del 25 aprile, tra una riflessione e l’altra sullo spunto di Marlene e la mia natura da copy romantica, ho pensato una cosa brutta brutta.

Alcuni blogger hanno rotto.
Alcuni blog mi hanno stancato.

Non ho più voglia di leggerli, mi annoiano. Sono orientati al business, alle sponsorizzazioni, alle recensioni dei prodotti. Vogliono promuovere un servizio (e poi quando gli chiedi un preventivo ci impiegano due settimane per farsi sentire). Gli argomenti sono sempre uguali, lo stile li avvicina l’un l’altro nella giungla del blogging.

Inizia il piattume, un termine che usava sempre la mia professoressa di economia aziendale per definire la persona passiva, piatta.

Sono blog personali finti, in cui offrono informazioni utili solo perché hanno scoperto che Mr. Google ama il blogger chi regala contenuti orientati all’utente.
Sono blog personali privi di anima e carattere, in cui si ostentano le emozioni o le competenze.
E allora via libera a post tutti a stampino, con le keyword posizionate a sinistra così scali la serp. E poi subito condivisioni spam in tutti i gruppi di settore, senza nemmeno cambiare la didascalia, perché meglio il procedimento meccanico; non sia mai che si faccia lavorare troppo il cervello.

scrivere-in-un-blog-personale

Scrivere un blog personale è essere se stessi

Ecco, per me questo non è blogging, né scrivere in un blog personale.
Se sei un professionista e hai uno spazio virtuale in cui vuoi farti conoscere (si, lo so, si chiama inbound marketing ma sono stanca anche di tutti questi termini tecnici posizionati nei testi giusto per sentirsi più fighi), fallo veramente. Cura un blog personale raccontando la vera te.

Basta infografiche, basta indici a inizio post per stimolare la leggibilità di lettura. Queste cose vanno bene se le sai fare, con criterio e professionalità; se sai mettere te stesso in quello che scrivi. Il resto viene dopo, è tutto un plus, ma non l’unica cosa che conta.

Torniamo indietro nel tempo?

Amo l’evoluzione, sia chiaro. Amo il blogging di ora, ma non tutto. Non quello della mercificazione e dell’incompetenza, in cui si pensa solo alla quantità dei like, alle condivisioni, ai numeri.
Perché invece non torniamo anche solo per qualche giorno indietro nel tempo, a quando si scriveva per il piacere di farlo? Se si parte da questa base e si inseriscono le competenze di oggi, in cui il potere del content marketing aiuta in maniera reale aziende, imprenditori e blogger, il blog personale diventa bellissimo.
Impariamo a distinguerci e ad apprezzarci per la nostra identità, non seguiamo un filone comune perché è la strada più semplice, la più ovvia.
Dimentichiamo per un attimo i numeri e diamo valore al contenuto.
Facciamo esercizi con il linguaggio scritto e impariamo a utilizzarlo per raccontare qualcosa di noi e del nostro lavoro.

Facciamolo sul serio, amiamo le parole per quello che riescono a dare. E basta blog insulsi e privi di anima.

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Mi chiamo Eleonora Usai e sono una copywriter freelance. Vivo di parole e libri, pasticcio su moleskine e planner ogni attimo di vita. E scrivo per sorridere.

Eleonora Usai
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