Comunicare è attraversare muri: la disciplina creativa di Marina Abramović
Creatività, autenticità e comunicazione sono al centro del lavoro di ogni copywriter. Rifletto su questi concetti con l’arte performativa di Marina Abramović che può ispirare chi lavora con i brand.
Attraversare i muri, l’autobiografia intensa e viscerale di Marina Abramović, è molto più di un libro: è un invito a guardare oltre, a penetrare i limiti imposti da noi come persone e dal linguaggio. È un richiamo forte per chi, come me, lavora quotidianamente con le parole e con le idee, e crede nel potere del pensiero laterale.
Ho letto questo libro con un’intensità che mi appartiene, l’ho regalato più volte alle amiche a cui volevo far conoscere una visione creativa che stimola e guida. Perché ci sono libri che si leggono e altri che ti leggono dentro. Attraversare i muri è uno di quei libri che ti costringono a guardarti. A riflettere sul tuo modo di esprimerti, creare, comunicare.
È un testo che parla a chi lavora con le parole e le idee, ma anche a chi costruisce visioni per i brand. Un invito a superare il già visto e a entrare in uno spazio in cui forma e contenuto coincidono.
Il corpo è il messaggio: quando il corpo diventa linguaggio.
Marina Abramović non usa il corpo come strumento: è lei stessa il messaggio. Nei suoi scritti e nelle sue performance emergono con forza temi che “si adattano” anche a chi lavora con la parola e con i brand.
1. Il corpo-performance come linguaggio potente
Il corpo che comunica non si poggia sull’estetica, ma sulla presenza e sul carisma. È proprio questo il principio da cui partire anche in comunicazione: ogni testo è un corpo che vive, capace di trasmettere un’energia unica quando aderisce profondamente a ciò che vuole dire.
2. Attraversare il dolore per accedere a una nuova energia
“Il dolore è un muro, straziante, insopportabile, ma chi riesce a trapassarlo accede a un diverso stato di consapevolezza. A una nuova fonte di energia illimitata. E la Marina impaurita, diventa la Marina eroica.”
Il dolore quindi non è solo un limite da superare, ma una soglia creativa.
Nel lavoro da copywriter o per chi in generale lavora di e con la scrittura, il blocco narrativo, la paura di esporsi, la fatica di trovare parole vere può diventare linguaggio, se lo attraversiamo e non lo aggiriamo.
3.Il corpo come atto di relazione
Nella performance Rhythm 0 (1975), Marina si è posta come “oggetto” del pubblico.
“Mi sarei presentata alla galleria e sarei rimasta lì, in pantaloni neri e t-shirt nera, davanti a un tavolo contenente 72 oggetti: un martello; una sega; una piuma; una forchetta; una boccetta di profumo; una bombetta; un’accetta; una rosa; una campana; un paio di forbici; aghi; una penna; miele; un osso di agnello; un coltellino; uno specchio; un giornale; uno scialle; spilli; un rossetto; zucchero; una macchina fotografica Polaroid; e varie altre cose, tra cui una pistola con un proiettile accanto a essa.
Alle otto di sera si presentò una grande folla di persone, che trovò sul tavolo queste istruzioni:
RHYTHM 0
Istruzioni
Sul tavolo ci sono 72 oggetti che possono essere usati a piacimento su di me.
Performance:
Io sono oggetto.”
Il suo è un gesto radicale di fiducia e di esposizione delle proprie paure, su cui si riflette anche il pubblico. Anche la comunicazione autentica fa questo: si prende la responsabilità di esserci, di farsi leggere senza maschere, di parlare anche attraverso il vuoto, gli spazi bianchi.
Cosa significa tutto questo per chi comunica per i brand?
Marina Abramović ha usato il suo corpo come linguaggio. Ha sfidato il limite, la resistenza, la paura.
Ha trasformato tutto questo in opera. È questo che mi ha colpita: la totale coerenza tra messaggio e forma. Non c’è distanza tra ciò che dice e il modo in cui lo dice. Non è una metafora: è lei il messaggio. E allora mi sono chiesta: cosa succede se iniziamo a pensare così anche nei progetti di comunicazione?
Non serve essere artisti, né performare in un museo. Anche in un sito web, in una strategia, in una bio su LinkedIn: ogni elemento parla. Il tono di voce. La scelta delle parole. Il vuoto tra una frase e l’altra.
Il corpo, per noi copywriter e comunicatori e comunicatrici, è il testo.
Tre insegnamenti per chi lavora sul proprio brand
Il corpo è il messaggio non è solo una provocazione artistica: è una lezione di coerenza, impatto e presenza per ogni comunicazione che voglia lasciare un segno. Tre gli insegnamenti che condivido con te:
- Presenza autentica: come la grande performer, anche i testi devono incarnare il messaggio. Non rappresentarlo, ma essere il messaggio.
- Attraversare i limiti: passare attraverso cliché, formule vuote, “tone of voice da manuale” per arrivare a una verità che sorprende e coinvolge.
- Relazione con il pubblico: scrivere è creare una performance condivisa. Chi legge partecipa, sente, si riconosce. E la comunicazione, in quel momento, funziona davvero.
La creatività non è caos: serve metodo.
Molti immaginano l’arte come qualcosa di libero, fluido, istintivo. Ma la creatività, quella vera, richiede disciplina. Marina Abramović lo dimostra con il suo metodo: allenamenti quotidiani, silenzi prolungati, digiuni, ripetizioni estenuanti. Tutto per arrivare a un punto in cui non sei più tu che fai l’opera: sei canale.
Il suo obiettivo non era mai “fare qualcosa di bello”. Era esserci pienamente. Mettere a nudo una verità. Anche se scomoda. Anche se faticosa. Questa visione mi appartiene. E può insegnare molto a chi lavora nella comunicazione.
Dietro ogni messaggio chiaro c’è un lavoro invisibile.
La parola che arriva dritta al cuore spesso nasce da:
- ore di tagli e riscritture
- ricerca di equilibrio tra senso e ritmo
- ascolto profondo del contesto e delle persone
Non basta avere un’idea forte. Serve metodo. Serve tempo e rigore. Perché la creatività, anche quella che sorprende, ha bisogno di radici profonde.
Alcuni esempi pratici: quando il metodo fa la differenza.
Nel nostro lavoro, il rigore creativo non si vede, ma si sente. È ciò che trasforma un’idea generica in una voce riconoscibile, un messaggio scontato in un momento di connessione. Ecco tre esempi che mostrano come il metodo possa fare la differenza, anche nelle piccole cose:
- Tone of voice per un brand: trovare la voce giusta richiede esercizi, prove, ascolto. Serve mettersi nei panni di chi leggerà, non solo in quelli di chi scrive.
- Landing page efficace: dietro un micro-copy ci sono dieci versioni che non funzionavano.
- Campagna social impattante: una caption che emoziona spesso nasce da un’idea scartata, ripresa e poi riformulata con precisione millimetrica.
L’intuizione è solo l’inizio. Il vero lavoro creativo è quello che non si vede.
Superare il visibile: la comunicazione che lascia il segno.
Attraversare i muri è una metafora per chi comunica. Questo titolo parla di muri fisici, emotivi, culturali, linguistici. Io amo le biografie e ne leggo almeno una l’anno, ma confesso che questa autobiografia l’ho scelta perché dopo aver scoperto Marina Abramović grazie a un saggio di Michela Murgia, mi sono innamorata del suo titolo. Attraversare i muri è un titolo poetico che racconta il mondo della grande artista serba. Lei i muri li ha attraversati con il corpo, con la volontà e con lo sguardo. E ogni volta ha trasformato il limite in linguaggio.
Per me questo modo di parlare si rivolge non solo a chi vive di arte, ma anche a chi lavora nella comunicazione. Ogni volta che un messaggio riesce davvero a colpire, supera un limite, ovvero:
- un cliché narrativo che suona già sentito e vuoto
- un tono istituzionale che non emoziona più
- una paura di dire qualcosa di vero
- una zona di comfort da cui il brand non riesce a uscire
Comunicare bene significa varcare soglie. Significa lasciare qualcosa indietro, per poter arrivare altrove.
Comunicare è trasformare
Il lavoro che facciamo – scrivere una strategia, una pagina di un sito, una campagna – può diventare un atto trasformativo. Quando funziona, succede che:
- chi legge si ferma e riflette
- qualcosa risuona
- un’idea cambia forma
- una voce si distingue tra mille altre
Se ci pensi, tutto questo parte da una scelta semplice e radicale: non restare in superficie.
Non dobbiamo essere per forza Marina Abramović.
Non serve amare l’arte contemporanea per leggere Attraversare i muri. Serve solo voler guardare oltre. Marina Abramović ci insegna che la creatività autentica non cerca approvazione. Cerca presenza, impatto e verità. Questo vale anche nel nostro lavoro. Ogni volta che vogliamo comunicare davvero per un brand, una persona o un progetto, ci troviamo davanti a un muro. Dobbiamo attraversarlo per comunicare davvero unicità.
Io ho attraversato i miei muri, anche se in modo diverso da Marina. So che in ogni progetto in cui voglio parlare al cuore delle persone, serve saper sentire il confine… e scriverci sopra. È da lì che nasce la comunicazione viva: dove finisce la tecnica e comincia il coraggio.
Chiudo questo mio post con delle citazioni che penso facciano battere il cuore anche a te. Le trovi qui sotto, con un elenco che riassume il mio amore per questa biografia illuminante.
Alcune frasi di Attraversare i muri che ho amato tantissimo.
In ogni caso Hegedusîć mi piaceva molto, e disse due cose che non ho più dimenticato. La prima era: “Se diventi così brava con la mano destra da riuscire a fare un bel disegno a occhi chiusi, devi subito cominciare a usare la sinistra per evitare di ripeterti.”. Ed ecco la seconda: “Non devi compiacerti di avere troppe idee. Se sei un bravo artista, può darsi che tu abbia un’idea buona; se sei un genio, può darsi che tu ne abbia due. Punto.”
Pag. 59
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Ciò con cui convive ciascuno di noi, il piccolo sé che siamo in privato, una volta che entriamo nello spazio della performance si colloca in un sé superiore, e non siamo più noi stessi. Non è il sé che conosciamo. È qualcos’altro.
Pag. 75
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Nell’arte a me interessava solo il contenuto: ciò che significava la data opera. E il senso di Art Must Be Beautiful, Artist Must Be Beautiful era distruggere quell’immagine di bellezza. Infatti mi ero convinta che l’arte dovesse essere disturbante, dovesse porre domande, dovesse predire il futuro. Ma se l’arte non è che politica, diventa come un giornale. Può essere usata una volta, e il giorno dopo è come una notizia ormai priva di attualità. Solo significati stratificati possono dare lunga vita all’arte: in questo modo, la società prende ogni volta dall’opera ciò che serve.
Pag. 97
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Gli studenti spesso mi chiedono che cosa mi aspetto che ottengano da questi seminari, e che cosa ottengo da loro. Rispondo che dopo il seminario i partecipanti trovano un’esplosione di energia positiva e un flusso di nuove idee. Chiarezza sul loro lavoro. La sensazione generale che la fatica è stata utile. E lo spirito di unità che si è creato tra loro e me. A quel punto entriamo in aula e lavoriamo.
Per i primi tre mesi piazzo ogni studente davanti a un tavolo, con sopra mille fogli bianchi e, sotto, un cestino. Ogni giorno devono stare lì e scrivere le loro idee. Le idee che gradiscono le mettono sul lato destro del tavolo; quelle che non gradiscono le buttano nel cestino. Ma il cestino non viene mai svuotato.
Dopo tre mesi, prendo solo le idee finite nel cestino. Non guardo neanche le idee che piacevano. Il cestino, infatti, è un tesoro, una miniera delle cose che hanno paura di fare.
Per il resto della giornata, devono cercare quattro o cinque performance, sotto la mia guida. Ripeto continuamente una frase di Brancusi: “Non è importante ciò che fate, è importante la condizione mentale con cui lo fate.” La performance è tutta questione di condizione mentale. E per raggiungere la condizione mentale appropriata, occorre essere preparati psicologicamente e fisicamente.
Pagg. 252-3
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Adesso stai imparando che cos’è il distacco, rispose Doboom Tulku.
Ma ho lavorato tutto questo tempo, replicai.
Hai fatto del tuo meglio. Adesso non pensarci più, disse. Le cose andranno come devono andare. Ricorda la storia del Buddha, che ottenne l’illuminazione solo dopo averci rinunciato completamente. A volte facciamo tutto il possibile per ottenere qualcosa, ma è inutile perché le leggi cosmiche vanno in una direzione diversa.
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