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Non ho mai amato i complimenti e di solito quando li ricevo resto sempre un po’ stordita. Non li cerco, delle volte li reputo superflui. Eppure ci sono alcuni complimenti che mirano al cuore senza saperlo. Uno di questi l’ho ricevuto qualche giorno fa da un nuovo contatto su Facebook che non mi conosce e sa pochissimo di me, se non per quello che pubblico sul mio blog personale.

È già il secondo anno di fila che affronto un cambiamento nel mese di marzo. È solo un caso, ma marzo è comunque un ottimo mese per fare progetti e mettere in moto nuove speranze. Io che non sono mai contenta se resto ferma nello stesso punto, anche questo secondo anno affronto  un cambiamento importante.

La parola storytelling è molto abusata, è quasi maltrattata. È entrata in un circolo vizioso ed è diventata una parola catalizzatrice di attenzioni, che incuriosisce cliente e lettori. L'attenzione sullo storytelling, però, crea solo confusione. Stuzzica e coinvolge chi ancora non conosce questo mondo, ma crea false speranze e fa prendere cantonate serie.

Amo la danza e l'ho sempre amata. L'ho conosciuta per caso quando avevo 9 anni ed è stato amore a prima vista. È bastato sedermi in una panca ad aspettare il mio turno tra aspiranti baby ballerini come me.  È bastato sentirmi meno brava, meno portata, troppo timida, troppo tutto o poco tutto. Tutto quello che ricordo di quel periodo è bastato per farmi scorrere nel sangue il ballo latino americano e lasciarlo mescolare insieme alla me di tutti questi anni. Anche se poi non ho potuto continuare a ballare. Anche se poi "perdere" il mio ballerino è stato il primo grande dolore della vita.