Costruire la voce del brand: cosa insegna Gucci alle aziende
Anche un brand storico può “perdersi” e smettere di parlare con il suo tono di voce. Non è un problema di estetica, né di prodotto. È come se, all’improvviso, ciò che dice non arrivasse più al pubblico. Le parole sembrano svuotate, le campagne sembrano parlare a chiunque quindi a nessuna persona. La comunicazione si trascina, magari è ben confezionata, ma non ha più un cuore pulsante.
Gucci insegna che ritrovare il linguaggio giusto è un atto culturale, non solo di marketing.
Quando la voce di brand si smarrisce.
Succede più spesso di quanto immaginiamo. E non riguarda solo piccole realtà, ma anche marchi globali e amati. Qualche settimana fa ho finito di leggere un libro sulla storia di Gucci e ho riflettuto su tanti aspetti della comunicazione del marchio. Per esempio, prima del 2015, il brand stava attraversando una fase delicata. Era elegante, rispettabile. Ma anche prevedibile.
Gucci: da voce stanca a rinascimento creativo.
Dopo il saluto di Tom Ford, con l’arrivo di Frida Giannini il marchio consolidò la sua posizione nella moda di lusso, ma si percepiva una certa stanchezza creativa, un linguaggio che faticava a sorprendere. La voce del marchio era diventata piatta. Poi è arrivato un cambio radicale, non solo di direzione creativa, ma di visione.
Alessandro Michele mescolava senza ritegno texture, colori e stampe vistose, creando uno stile unico che irruppe in Gucci come un uragano, generando nuove tendenze e reindirizzando le sorti dell’azienda. Leggende della moda – Gucci
Con Alessandro Michele, Gucci ha fatto qualcosa di molto raro: ha riscritto il modo in cui un marchio può raccontarsi. Ha portato dentro la moda un immaginario inaspettato, fatto di riferimenti letterari e teatrali, eccentricità, contrasti visivi e narrativi. Alessandro Michele ha dato vita a una voce nuova: colta, ironica, simbolica, a tratti ermetica ma coerente. Le sue campagne non parlavano più solo di stile. Raccontavano un mondo. Un punto di vista.
Cos’è la voce del brand… e perché conta.
Ecco perché oggi, quando si pensa a costruire la voce del brand, non si dovrebbe pensare solo a un tono di comunicazione o a un registro grammaticale. Bisogna pensare a una visione che prende forma nelle parole, e attraverso di esse diventa cultura, linguaggio e identità. Perché un brand può cambiare look infinite volte, ma se non trova la sua voce, resta invisibile. E ogni volta che Gucci è tornata a essere rilevante, lo ha fatto cominciando da lì.
Gucci: cambiare pelle, senza perdere anima.
Nel corso della sua storia, Gucci ha cambiato molte volte pelle. Ha attraversato crisi economiche, passaggi generazionali, acquisizioni internazionali, e ognuno di questi momenti avrebbe potuto spezzarne l’identità. Invece, ogni transizione è diventata l’occasione per evolversi senza snaturarsi.
Negli anni ’90, con Tom Ford alla direzione creativa, Gucci ha abbandonato l’immagine classica e borghese degli anni precedenti per abbracciare una sensualità audace, tagliente e quasi provocatoria.
Con la collezione donna A/I 1995-96, le modelle indossavano camicette di raso e top di seta aperti fino all’ombelico, mettendo in mostra la loro lingerie senza imbarazzo, pantaloni big-bugger di velluto o seta, aderenti alla coscia e larghi al polpaccio, che coprivano appena il tacco della scarpa e conferivano una silhouette longilinea e slanciata. Gli abiti, a vita bassa e con cinture sottili sui fianchi, erano concepiti per sedurre. […] La stampa specializzata e i media generalisti iniziarono a parlare dello stilista come di un genio. The New York Times sottolineò l’impatto inaspettato che la visione di Ford aveva avuto su Gucci, poiché si riteneva molto difficile per un’azienda così affermata operare un cambiamento tanto radicale. LEGGENDE DELLA MODA – GUCCI
- Direzione creativa di Tom Ford
- Direzione creativa di Alessandro Michele
Quella trasformazione non fu solo estetica: fu una presa di posizione culturale. Gucci cominciò a parlare un linguaggio diverso, più diretto, più carnale, e quel linguaggio attirò un’intera generazione di consumatori e consumatrici che si identificava con una nuova idea di lusso: più seduttiva, più sicura di sé.
Con Alessandro Michele come direttore creativo, il linguaggio cambiò di nuovo, ma invece di cancellare il passato, Gucci scelse di stratificare. L’identità del brand si fece più complessa, inclusiva e distribuita. Non c’era più un solo modo di essere eleganti, né un solo modello di desiderabilità.
Le campagne diventavano narrazioni ibride, piene di simboli, citazioni, stili apparentemente contrastanti che però, insieme, costruivano un racconto coerente. La voce si faceva più colta, più introspettiva e quasi onirica.
Un esempio è la campagna “Gucci Gift Giving 2018“, in cui i personaggi delle opere rinascimentali venivano vestiti Gucci e inseriti in scenari immaginari dal sapore onirico. Le immagini, curate dall’artista spagnolo Ignasi Monreal, univano simbolismo, ironia e arte classica, raccontando un mondo ricco di riferimenti e significati. Più che pubblicità, sembrava un’illustrazione narrativa: Gucci non vendeva solo abiti, ma un universo culturale.
Una nuova fase della voce di brand.
Oggi è stato stravolto di nuovo tutto e con Sabato De Sarno, Gucci affronta un nuovo cambiamento: c’è meno teatralità e più essenzialità. Il linguaggio torna a essere più intimo e calibrato, ma la struttura profonda resta. La forza del brand non è legata a un singolo stile, ma alla capacità di tradurre la propria identità attraverso registri sempre nuovi, senza perdere il filo conduttore.
Questa è forse la lezione più preziosa: costruire una voce di brand forte vuol dire non pensare a quello che resta uguale nel tempo, ma quello che sa cambiare in modo autentico. Lo aveva fatto anche Chanel: aveva interpretato il proprio tempo, senza inseguirlo.
Ecco perché costruire una voce di brand senza tempo significa saper parlare ogni volta con una voce nuova, pur continuando a dire, in fondo, la stessa cosa.
Riscrivere il brand nei momenti di passaggio: la lezione di Gucci.
Quando un’azienda attraversa un momento di passaggio – che sia un cambio di leadership, un’evoluzione nel mercato o semplicemente una sensazione diffusa di disallineamento – la tentazione è cambiare il logo, rifare il sito web, aggiornare il tono social. È un approccio rassicurante, quasi automatico che ci motiva al cambiamento. Non è sempre la scelta giusta, perché l’identità di un brand non si regge su un’immagine su cui fare un restyling in un momento di cambiamento.
Si regge su una voce e parole scelte con intenzione.
Su un tono che sa raccontare un posizionamento, non solo venderlo.
Su un cambiamento che ha delle radici.
Alessandro Michele ha immediatamente imposto una voce diversa: più morbida simbolica. Ha portato nella moda una narrazione densa, fluida, emotiva, che rompeva con l’estetica sexy e minimalista del passato.
Lo stilista aspirava a far sì che le sue creazioni si allontanassero dai rigidi codici del mondo della moda: La moda è connessione. Non è più sufficiente confezionare abiti eleganti e metterli in una boutique. La moda deve essere viva. Viene dalla strada, dalla musica, dai club… Leggende della moda – Gucci
Alessandro Michele non ha solo “cambiato look”. Ha riscritto le intenzioni del brand. Gucci, infatti, non voleva più semplicemente piacere. Voleva raccontare il proprio mondo, e farlo con una verità nuova, anche a costo di risultare spiazzante. Questo è il punto: quando un brand cambia, ha bisogno di un linguaggio che accompagni la trasformazione, invece di nasconderla o renderla più digeribile.
Un copywriting che funziona può fare proprio questo. È in grado di mostrare l’identità di un brand e far capire come uscire dal frame.
Lavorare seguendo questo approccio ha diversi vantaggi. Può:
- restituire coerenza a un brand che ha perso direzione
- dare voce a un nuovo posizionamento, ancora fragile
- accompagnare una trasformazione, invece di subirla
Non bastano belle frasi, né slogan ben costruiti. Serve una narrazione chiara, che tenga insieme visione e intenzione.
È ciò che ha fatto Gucci: non ha mai comunicato per ottenere consenso. Ha scelto di raccontarsi anche quando quel racconto non era facile da decifrare. E questa è forse la cosa più importante che ogni brand, piccolo o grande, può imparare: non si tratta solo di scrivere bene. Si tratta di scrivere con verità. Trovare il tono giusto per ogni fase. Scegliere parole che non siano intercambiabili. E costruire una voce di brand che lasci un’impronta, non solo una call to action.
Le parole giuste possono salvare una storia.
Reinventarsi non significa cancellare tutto ciò che si è stati come brand in passato. Al contrario è un gesto di cura verso ciò che merita di conservare. È un modo per prendersi il tempo di guardare dentro la propria storia, riconoscere cosa ha ancora valore, e decidere come raccontarlo oggi.
Da qui passa il vero cambiamento: non da uno strappo netto, ma da uno sguardo nuovo.
L’ho fatto anche io, pur non essendo Gucci o un grande marchio. Mi sono resa conto che dovevo guardare dentro di me e far conoscere chi ero diventata in base a dove ero partita.
Ho raccolto le idee, le attitudini, le competenze per dare a Copywriter4U un nuovo posizionamento, più adatto all’esperienza che ho oggi. Ecco perché il copywriting, in questi momenti, non è un dettaglio estetico. È il punto in cui un brand si siede, si mette in ascolto. È uno spazio silenzioso ma potente, in cui le parole non servono solo a vendere, ma a chiarire.
Scrivere o rivedere il tono di voce, definire il modo in cui ci si presenta al mondo, significa fare una scelta di verità. Significa prendere posizione, decidere cosa lasciare andare e cosa portare con sé. Gucci lo ha fatto più volte, cambiando voce ogni volta che il mondo cambiava direzione. E proprio per questo è rimasta se stessa, pur evolvendo radicalmente.
Ogni brand, ogni azienda, ogni progetto ha questa possibilità. Serve ascolto, intenzione, e parole che non siano intercambiabili.
Se senti che le parole che usi non ti rappresentano più, se hai la sensazione che il tuo tono si sia svuotato o appiattito, forse è il momento di fermarti.
Fermarti per ascoltare. Per scegliere e riscrivere.
Con intenzione.
Con una visione che accompagni i tuoi valori.
Con una voce che sappia attraversare il tempo.
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